Dalla gioia della natura al fascino dell’archeologia. Nell’opera di Luciana Pugliese c’è stata una svolta improvvisa.
Dopo aver dipinto fiori e prati e paesaggi montani e agresti con sensibilità e grazia poetica, si è lasciata sedurre dalla misteriosa bellezza dei reperti longobardi, forse sull’onda del nuovo interesse per questo popolo suscitato dall’imminente mostra annunciata a Villa Manin e a Cividale.
La rivisitazione che Luciana Pugliese compie dei longobardi si svolge sul versante lirico. I calligrammi, i particolari di monili, di gioielli, di bassorilievi, di fregi marmorei sono utilizzati dall’artista come frammenti evocativi.
Luciana Pugliese focalizza tracce minute di complessi tessuti figurativi e le sviluppa sul foglio. La citazione, che sta alla base dell’idea compositiva, viene rivissuta e reinterpretata, quale occasione per sondare enigmatlcl spessorl temporali.
Luciana Pugliese, insomma, non usa la chiave citazionista per sottolineare criticamente il proprio distacco dall’oggetto, il suo recupero per via intellettuale.
Le scaglie dei disegni barbarici sono per lei spunti attraverso i quali lasciarsi immergere in un’aura di magiche preziosità. Ed è la sottile ricerca cromatica a reinventare fantasticamente il documento.
E’ l’uso del colore, delle patinature antiche, a rendere autonome le sue composizioni, a trasformarle in “qualcosa d’altro” rispetto ai modelli museali. Dalla loro lettura Luciana Pugliese ricompone un mondo di ombre, di atmosfere ricche di un brillìo denso di luce minerale, di un tasto remoto che pare risalire dai fondi areani dell’inconscio, di una storia assimilata nelle sue radici profonde