Boschi densi di colori e di ombre, cespi di fiori sfolgoranti di lampeggianti rossi, paesaggi alpini immersi in una quiete sospesa, occhi di laghi profondi e incantati: sono i temi della pittura di Luciana Pugliese. È una pittura di impianto semplice, soffusa da un lirismo pacato. Il motivo ispiratore è la natura, osservata e descritta con immediatezza e con una sorta di abbandono.
Oggi, in un momento in cui i problemi dell’arte figurativa sono soggetti a una profonda revisione, dipingere “ciò che si vede” può non costituire più scandalo, come avveniva fino ad alcuni anni fa: tutte le strade sono state riaperte. Importante è che l’atto del dipingere non diventi un’evasione, un divertimento fine a se stesso, un esercizio calligrafico, ma che presupponga un impegno di conoscenza, tale da giustificare il fatto creativo.
Ci sembra che in Luciana Pugliese sia avvertibile questo bisogno nell’assiduità con cui la pittrice affronta il discorso artistico, nella scelta dei motivi e nel modo di interpretarli.
La Pugliese, che ha operato anche anche nel campo dell’incisione con risultati convincenti, si ricollega, indubbiamente, a matrici post-impressioniste, ma d’istinto piuttosto che per una riflessione di tipo culturale.
Il suo problema principale è quello di porsi in sintonia con l’oggetto, di tradurlo in immagine chiara. Ciò presuppone un lavoro attento sul linguaggio, un lavoro che si intravede nella composizione, tormentata, in certe zone, da pennellate fitte, in altre distesa in un raggiunto equilibrio tra volumi, colore e luce.
Ne deriva una sensazione di gioiosità, di poetica vibrazione. La pittura si propone allora come dialogo da avviare con quanti credono ancora nel valore e nella possibilità di comunicare sentimenti ed emozioni anche a livello d’immediata comprensione. Ma non è detto che le proposte di più immediata comprensione e lettura siano sempre le più facili da attuare. Richiedono disponibilità e ricchezza interiore.